Biografia: autopsia versus ritratto? (o granito e arcobaleno)

 

My God, how does one write a Biography?

Virginia Woolf

 

E peggio ancora. Come si può parlare di scrittura biografica sapendone poco, di fatto nulla. Presunzione? Quanto basta!

Hermion Lee nel suo Biography: a very short introduction scrive che delle tante metafore sulla scrittura biografica, due sono particolarmente efficaci: l’autopsia e il ritratto. La prima è un’immagine decisamente disturbante. La seconda, al contrario, non lo è. Anzi suggerisce empatia e calore.

No, no, no. Fermati subito! Non va per niente bene. Credi di essere su Academi.edu o vuoi davvero tenere un blog? E inizia col piede… ops! con la penna giusta allora: cambia stile e tono di voce, tanto per cominciare.

In effetti! Quello che mi ha sempre frenato (o fregato) nello scrivere di qualsiasi cosa è avere il brutto vizio, e pure antico, di partire da una bibliografia quanto più “completa”. (Ecchepp… siamo all’università 1.0?). Tradotto: iniziare a documentarsi per bene. Così la lista di titoli diventa sterminata. E iniziano i dubbi o/e la dispersione. E non se ne fa più nulla (che forse è pure un bene).

Ma ormai ho deciso: seguirò la tendenza. Scriverò di cose che mi piacciono, ma che conosco poco (mi spiace se sei arrivato fin qui. Sei ancora in tempo per fuggire). E quindi per rompere il ghiaccio su un “temone” che prevederebbe una lista di titoli lunga quanto dieci tomi della Treccani, ho invece in mano un volumetto di sole 170 pagine, comperato per caso qualche estate fa a Chichister. (Estate nel West Sussex? Sì, dai. Si fa per dire).

Era lì, in bella vista su un tavolino al piano interrato del bookshop di una nota catena inglese (troppo commerciale). Ci vado contro. E quasi cade tutto, ma nessuno se ne accorge. È così che passo un noioso (o forse piovoso) pomeriggio di una vacanza poco riuscita. Ma guarda caso compare lui: il già citato Biography. Collana: Very short Introductions. Editrice: Oxford Universtiy Press. Autrice: Hermion Lee. (Lo so, sembra una scheda di catalogo. Manca l’anno però: 2009).

Lo apro e subito si entra in medias res (oddio, il latino anche no). Metaphors for biography: autopsia e ritratto. Wow, mi dico (sì, ho letto tanti fumetti. Paperino mi piaceva più di Topolino). Efficace. Continuo a leggere e sempre in piedi. Guardo le due immagini a corredo: Rembrandt e Vermeer. (Nessuna dida allora. Le conosci).

Continuo a leggere. Ora seduta. La poltroncina è in velluto, ottanio (quasi Bloomsbury). Scrive Lee (l’autrice): la metafora dell’autopsia inevitabilmente riduce la biografia a un esame asettico di un corpo morto, con tutti i limiti. Non saprà dirci nulla su pensieri, emozioni, temperamento e talenti del soggetto esaminato. Alla fine non sarà neppure in grado di determinare le cause della morte, che possono rimanere ambigue. E porta inevitabilmente con sé qualcosa di macabro, cadaverico. Viene spesso utilizzata dai detrattori del genere. Come Henry James, che bruciò gran parte delle sue lettere, ossessionato dai postmortem exploiters. Lui, smanioso lettore di biografie e memoir.

Cambio seduta. Ora sto sulla plastica, credo. Ma continuo a leggere. Sempre Lee: la metafora del ritratto, al contrario, suggerisce empatia. L’abile ritrattista, anche solo attraverso un dettaglio, genera calore ed energia. Restituisce un carattere, tratteggia una personalità. Insomma ridona vita a un soggetto.  Ma porta con sé anche dei rischi:  distorsioni ed inesattezze che generano adulazione e idealizzazione. Ma non solo. Quale vita, quale carattere, quale personalità ci viene restituita? Il soggetto biografico raramente resta fermo.  E le possibilità di rappresentazione del sé sono infinitamente varie.

Così per iniziare…

(Ops! Di nuovo lo stile Academia.edu. Deformazione o improvvisazione?)


Riprendo in mano la lettura, credo dopo cinque anni. Quello che subito mi va di fare è proporre un’immagine, in alternativa a quelle presenti. (Ommiddio…. allegria!)

E0702 MAX 14680

L’anatomista: un olio su tela conservato alla Pinakothek der Moderne di Monaco di Baviera. Lo dipinse nel 1869 Gabriel Cornelius von Max. Mi ha colpito da subito la postura dell’anatomista, il suo gesto. Ciò che sta per fare è la dissezione anatomica, che sfigurerà un corpo (non a caso femminile), ne eliminerà la bellezza residua. Per cosa?  Per rivelare strato per strato le verità nascoste? C’è del macabro certo (sullo sfondo: teschi, ossa, una lampada spenta, addirittura una falena. Tutto è Vanitas). Ma si insinua il dubbio, e nulla sarà più asettico e oggettivo. Forse allora biografia e autopsia sono meno antitetiche di quanto si possa immaginare?

E qui arriva lei, Virginia Woolf. Non certo per dare risposte. La domanda che attraversa in primis la sua produzione artistica è come si possa comprendere e comunicare la vita interiore di un’altra persona. La penna trema (e forse anche il bisturi). Un’arte impura, bastarda, la biografia. Scrive Woolf. Chi la coltiva si muove tra Granito e Arcobaleno, non solo il titolo di una raccolta di saggi postuma (con in apertura il saggio The New Biography), ma un binomio ricorrente. Granite e rainbow. Due mondi apparentemente incompatibili: da un lato quello dei fatti osservabili, freddi e duri, simile a granito appunto. Dall’altro, più affine all’arcobaleno, quello della personalità, della realtà multicolore e intangibile dei pensieri e dei sentimenti.

Ma ci può essere relazione tra ciò che è sterile e ciò che è fertile? Tra solidità e intangibilità, tra vita e scrittura della vita, tra ciò che è pubblico e ciò che è privato, tra il sé e l’altro. Solo instabile. I confini saranno fluidi e in continuo mutamento. In fin dei conti, dirà Woolf, nessun biografo può tenere distinta la propria autobiografia da ciò che sta scrivendo.

E forse anche nessun lettore (dalla vita che sceglie di leggere). Dico io. Così… per continuare.

 

3 Comments

  1. è un articolo stupendo!! si capisce che ne sai moltissimo ed è questo che per me fa la differenza sui blog! condivido anche la stessa difficoltà a scrivere di qualcosa non sapendo tutto dell’argomento 😉

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