E se Kafka fosse stato in smart working?

Hawaii1Un pomeriggio di un luglio poco luglio (di un anno già milestone nella storia) fai una scoperta: il primo dipartimento universitario dedicato esclusivamente al life writing si trova ad Honolulu. E dal 1978. Sì, lo sai. Interessa a pochi. Forse solo a te, che hai avuto la brillante idea di un blog che vuole raccontare di vite che non sono la tua. Di certo non importa al barman piacione del Lido Solemare. Lui alle Hawaii c’è stato per davvero un’intera estate, di vent’anni fa. E non per studiare.  Infradito, ukulele, ghirlande di fiori e Bora Bora: questo il  suo mantra. Ci mette un sorriso storto, a volte un occhiolino (se può). Ma tu, da maestrina quale sei, precisi che Bora Bora è un’isola della Polinesia francese. E intanto lui è già passato all’inevitabile aloha. (Del mantra gira una variante male-oriented. Da censura).

La tua scoperta sta invece a pagina quattro di un saggio che mai avresti letto, se non fosse stato per quella recensione su LibraryThing. Sì, quella che in poche righe ti ha distrutto Hermion Lee e la sua breve guida alla scrittura biografica. Quella che avevi comprato a Chichester e ti era piaciuta tanto.  Il titolo che ti propone in alternativa è Biography. A Brief History di Nigel Hamilton. La quarta di copertina – con fiducia tutta yankee –  promette:  la sua lettura will change the way you think about biography and real lives. Sei solo al prologo.

sdraioE mentre ti vedi già sdraiata sulla soffice spiaggia bianca di Waikiki Beach a scrivere – tablet in mano – la vita del surfista più anziano delle Hawaii… arriva lui. Cosa? Un suono. Fastidioso, anzi odioso. Peggio: una zanzara notturna. Lo riconosci? Il suono delle notifiche delle mail in arrivo. Sì, quel suono che ti ricorda che un lavoro ce l’hai (e per tua grande fortuna). E che sei in telelavoro (no lo smart working è un falso amico). E che sei una privilegiata (direbbero in molti). E che quel lavoro che ti permette di sopravvivere, beh… non ti piace per niente. Ma lo dici sottovoce. Anzi, lo pensi e basta. Di questi tempi, lo sai, è una frase impronunciabile.

D’improvviso però ricordi che durante il lockdown ti è caduto un libro in testa. Sì, letteralmente sulla testa (e forse è per questo che hai aperto un blog). Quando tutti impastavano, tu che un forno non ce l’hai,  hai cercato di fare ordine e pulizia nella tua cella di 45 metri quadri. E ti si è rovesciata addosso una delle tante pile di libri, che non sai bene come si sono formate, e nemmeno la più alta. E spunta Tra carte e scartoffie: un saggio spassosissimo e puntuale di Luciano Vandelli, autorevole studioso di diritto amministrativo (scomparso di recente). Sottotitolo: Apologia letteraria del pubblico impiegato. Quel libro, che non sai (anzi sì) perché l’hai comperato, lo divori in due sere di quarantena.

1076È inizi così un viaggio appassionante nella narrativa degli ultimi duecento anni in compagnia di tanti scrittori che sono stati scrivani e passacarte: da Balzac a Stendhal, ma anche Maupassant, Puškin e Gogol’, Melville e Kafka. E poi Svevo, fino a Bukowski (solo per citarne alcuni). Per vivere hanno indossato le “mezze maniche” del pubblico impiegato, subendo però la quotidianità di un mondo fatto di mediocrità e routine. Un rapporto non sempre facile quello tra letteratura e lavoro d’ufficio, ricorda Vandelli.  Franz Kafka, impiegato modello, mal tollerava la sua vita anfibia, divisa  tra le carte della scrittura notturna e le scartoffie giornaliere dell’ufficio. «Queste due professioni — scriveva — non si possono mai conciliare, né ammettono una felicità comune. La più piccola felicità nell’una diventa una grande infelicità nell’altra». Non era il solo. Ma loro, giganti della letteratura, da quel contesto hanno tratto idee, vicende, personaggi, ambienti che hanno ispirato grandi capolavori.

E poi ti capita in mano l’ultimo numero di “Internazionale”, con una copertina che non potevi ignorare: È la fine dell’ufficio?  Domandona, pensi di fronte allo schermo del tuo pc personale. Ma non sembra esserci ancora una risposta certa. E In nessuno degli ottimi articoli. Una frase però ti colpisce: Cal Newport, sul “New Yorker”, sostiene come tra gli ostacoli all’adozione del telelavoro (già in epoca pre-Covid) ci sia sempre stata la riluttanza dei dirigenti. Il fatto che i capi hanno bisogno di fare i capi. Non è l’unico ostacolo. Ma ti chiedi: è davvero più complesso dirigere il lavoro da lontano? Forse non dirigerlo da lontano è più semplice.

Castello - CopiaL’agrimensore K. non riuscì mai ad entrare nel Castello, né a vedere il Conte, e nemmeno a parlare con quello che avrebbe dovuto essere il suo diretto superiore, il caposezione Klamm (decisamente semplice lavorando a distanza, anzi ovvio). Il rapporto con il Potere si disperde di continuo tra personaggi irrilevanti, che depistano e confondono (più facile ancora se il collega è un indirizzo di posta elettronica o un contatto su Slack). Nonostante tutto K. alla fine riuscirà a vedere il temutissimo Klamm. Grazie a un piccolo buco sulla porta del suo ufficio (la videocamera del pc, quella che usa per le Skype call). E scoprirà che il temutissimo e indaffaratissimo Klamm è seduto sulla sua scrivania sgombra di carte. E dorme (magari in diretta su Zoom, da cui non si è mai scollegato).

Giochi facile. Le parabole kafkiane, qualsiasi interpretazione tu scelga, parlano sempre alla sensibilità inquieta dell’uomo contemporaneo. L’incubo burocratico si fa metafora della condizione umana. Vabbé, dai. Troppo complesso. Per ora ripieghi su Madame Travet (no, non la lamentosa seconda moglie del monsù, ma il suo alter ego femminile) che diligente si barcamena tra mail invasive e noiose (sempre grata per riceverle ancora) e la lettura di Biography. A Brief History, sperando che alla fine mantenga la promessa. Intanto hai già le tue Havaianas ai piedi. Per la palma e il surfista… vedrai come fare.

 

 

 

 

 

 

 

3 Comments

  1. Mi viene in mente Bartleby, e mi viene in mente il bellissimo libro di Vila-Matas, Bartleby e compagnia, e mi viene in mente che oggi Bartleby preferirebbe certamente non connettersi per fare Smart working, e mi viene in mente una domanda: dire di no al digitale, ai cosiddetti social network, è uno dei modi contemporanei di dire di no alla vita, di sottrarsi all’esserci?

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