Quelle stanze tutte per gli altri

Sono nipote di una domestica. Lei, figlia di una delle tante famiglie troppo numerose del primo dopoguerra. Partivano bambine dalla campagna veneta per “andare a servizio”. Destinazione? La città. Che poi erano paesi, dove c’era un medico, un avvocato, un farmacista. Qualcuna addirittura raggiungeva Venezia, che forse aveva visto solo in cartolina. Quella spedita dal cugino in viaggio di nozze. E lì si andava in casa dei “signori”, quelli con la cameriera con i guanti bianchi e la divisa. Poi crescendo c’era anche Milano. E si tornava a casa vestite alla moda, le unghie laccate e un “Bolero” nascosto in valigia.

Sarà per questo che di Downton Abbey mi appassionano di più le vicende del downstairs? Forse. E sarà sempre per questo che – pur affetta da una precoce e incondizionata venerazione per Virginia, di cui capivo e capisco poco (forse niente ) – ho simpatizzato da subito con Nelly? Nelly chi! Nelly Boxall, cuoca e domestica di Leonard e Virginia Woolf tra il 1916 e il 1934, a cui Alicia Giménez-Bartlett dà voce nel suo Una stanza tutta per gli altri fingendo di averne ritrovato il diario.

Nelly non ha una stanza tutta per sé, né mai la avrà: anzi per anni dovrà condividerla con Lottie Hope, l’altra cameriera. Quella che porta il cognome che in Inghilterra viene dato agli orfani.  Il diritto a quella stanza – che Woolf, pubblicando nel 1929 Una stanza tutta per sé, pone come condizione essenziale per una donna intellettualmente emancipata – è di fatto negato alle sue domestiche. Ma questa è solo una delle tante contraddizioni che segnano il lungo e tormentato rapporto di Nelly con la sua “padrona”.

Io lavoro qui, signora, e una parte del mio salario è questa stanza; quindi questa stanza è mia finché io abiterò in questa casa. Vuole uscire, adesso?

Come hai detto?

Virginia era semiparalizzata dalla rabbia.

Esca dalla mia stanza, signora.

Questo il passaggio su cui Giménez-Bartlett costruisce il suo romanzo, di fatto un romanzo sull’incoerenza (ma di chi?). Dando al personaggio di Nelly uno spessore via via sempre più degno della sua signora, evidenzia allo stesso tempo le tante ombre del carattere della scrittrice. Ma non sorprende. Di Nelly – che per diciotto anni cucinò egregiamente per i Woolf e i loro amici – Virginia di fatto scriverà nel suo diario (questo sì reale) solo cattiverie. Arrivando alla lapidaria sentenza: Felicità è essere senza cuoca.

E allora? Ti chiedi cosa cambia. Il mito di Woolf non è scalfito. Tantomeno il suo messaggio potente e fecondo per intere generazioni di donne. Cambia però che sei tu a sentirti in colpa. Perché le quasi trecento pagine di Una stanza tutta per gli altri scorrono veloci. E non te lo spieghi. O meglio, non lo vorresti ma succede. Lo sai, sono scritte da un’abile giallista che conosce il suo mestiere (e non sopporti il genere). Ma il disagio aumenta con l’incoerenza sempre più sfacciata di stanze e aumenti negati.

Se questo diario non l’avessi scritto io e un bel giorno dovesse cadere nelle mie mani, cercherei di scrivere un romanzo su Nelly, sul suo personaggio.

A venirti in soccorso è la stessa Giménez-Bartlett con questa citazione, direttamente dalla penna di Woolf. O meglio è Virginia stessa a porgere un invito. Forse di più, una provocazione: farsi raccontare dagli occhi della cuoca che detesta, e da cui è amata e odiata a un tempo. (E chi mai la raccoglie?) Soprattutto sapendo che quel diario non è mai stato scritto, né poteva esserlo. Ci vuole coraggio. Come quello avuto dalla creatrice di Petra Delicado, ispettrice di polizia (e non è un caso). Con il suo romanzo godibile, a tratti sottile, di certo anticonvenzionale, ha vendicato Nelly e compagne?

Ma loro? Nonna e le altre? No. La stanza tutta per sé non l’hanno mai avuta. Forse nemmeno immaginata. Non hanno mai scritto, se non a malapena il loro nome. Noi invece, le loro nipoti o bis-nipoti, quella stanza l’abbiamo letta, amata e cercata. La vogliamo. L’abbiamo? Con fatica. Grazie a lei, Virginia, la signora. E poi (anzi prima) anche a tutte le altre, analfabete comprese. Molto prima di adesso / molto tempo fa prima che tu nascessi / le tue bisnonne e le loro sorelle / zie e nonne pensavano al tuo futuro. perché così ci ha sussurato Kiki Smith nelle sue indimenticabili Homespun tales. Storie di occupazione domestica (da Venezia, con nostalgia).

Potrebbe finire qui, con un (prevedibile) finale in soffice salsa rosa. Ma ci sarebbe dell’altro. Soprattutto se ti va di leggere il saggio erudto e curioso di Markus Krajewski dal titolo The Server: A Media History from the Present to the Baroque, uscito di recente in traduzione inglese dall’originale tedesco. L’autore, per rispondere alla sempre affascinante questione Chi comanda? il servo o il padrone, traccia la storia e insieme definisce la nozione di “server”. E questo quando maggiordomi e governanti (i Jeeves e le Nelly) sono di fatto spariti, ma internet è pieno di nuovi servi non umani, chiamati non a caso server.

Ma che c’entra questa brillante indagine sull’atto del servire nell’era digitale con l'”affaire” Nelly versus Virginia? Tanto, forse troppo. Ma per chiudere (o meglio per cominciare) basti la citazione in epigrafe  dell’etnologo tedesco Eduard Hahn che nell’apparentemente lontano 1896 proclamava:

Server should be neither feminine nor masculine. Like steer.

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